Prologo
Il mio viaggio comincia così, senza una meta. Pupille dilatate, sguardo fisso e perso. Il primo passo è come una liberazione. Il mio piede si alza lentamente dal suolo. Lo sento. Sembra un macigno enorme che pesa trecento chili mentre fluttua nell’aria fredda di una notte senza fine. Il mio calcagno destro si trova adesso poco più avanti del suo gemello sinistro. Or ora ho scrostato di dosso il peso che mi attanaglia e comincio a camminare: prima il piede destro e poi quello sinistro. Prima l’alluce destro poi quello sinistro. Le gambe cominciano a macinare chilometri ed andare al ritmo di un remo da 40 colpi al minuto. La testa è bassa. Ciondola di continuo come se fosse stanca di un viaggio che in realtà ha iniziato da poco o forse no?
La strada è dritta e non tende a curvare. Non c’è via d’uscita. Bisogna rigar dritto e seguire quello che mi viene imposto dall’amico asfalto e dal fratello minore meglio conosciuto con l’epiteto marciapppiede. Si lo chiamo così perché ormai ci conosciamo da tanto, ne abbiamo fatta di strada assieme. Vero marciappp?
I lampioni illuminano il suolo grigio topo facendolo diventare arancio gatto. I miei passi però non sono felpati come quelli della nobile fiera felina. Danno più la sensazione di due enormi catafalchi che si spostano, appena montati e pronti per essere brutalmente calpestati. Le impronte però non rimangono sopra il ruvido materiale, che gli uomini usano per rendere più agibili le loro scorribande con la diligenza a motore. Ma restano nel cervello. Tutti possiamo dimenticare la strada percorsa, le curve, i rettilinei e le paraboliche ma non sfuggirà mai al nostro intelletto, più competente ora, di predire in futuro a quale curva non girare.
La strada continua dritta. Non ci sono ne crocicchi ne tanto meno alcunché assomigli a pezzi di mangicchi. Li conoscete i pezzi di mangicchi. Quelle cose buone di carne di porco rosa tanto buoni da assaporare…
Ma ora non mi va di far assaporare. Voglio solo continuare a camminare.
A camminare da solo, nel buio del giorno che si avvicina.
Alla mia destra il vuoto. Alla mia sinistra l’universo senza niente. Dietro di me il passato. Davanti? La strada!
Dalle mie parti c’è il detto. Non aiu a strada pe mu caminu, figuramundi pe mu fuju. E io che fo’? Davanti c’è il selciato di bitume non posso far altro che imitare il corso di un fiume!
Mi appropinquo di gran carriera ma chissà se finirò nella foresta nera?
Ma che avete capito! Non quella del basso territorio alemanno ma quella dell’alto Signore dell’Inganno.
Ah ho capito Sauron!
Ma no stupido di me stesso; cosa c’entra il Signore degli Anelli in una storia di astuti tranelli. Quella è la fictio libris but ce est la vie ma non roboris.
Danke e grazie tante. Non potrà mai essere una storia davvero invitante. Ne’ icchetenunke ne aftere’n’evere.
Ho smarrito la mia penna; Ehh si!! Volevo dire la mia strada. Avevo paura di esser diventato un emulo di Padre Dante. No thank. Amo la pace odio solo I tank.
Ancora! Basta con la rima ho bisogno semplicemente di completa stima.
Ahh ci risiamo; basta con questa litania!
La litania la fanno i vilnusiani popoli piuttosto strani!
Ignorante e birbante! Come nell’accezione del saggio Cedric. I vilnusiani non ne fanno litanie; semmai fanno lituanie.
No,no,no…Si! Che bello sono di nuovo me stesso. Si può sbandare, amici, anche se la strada tira una linea che dir retta è un eufemismo.
Dove eravamo rimasti, quel disgraziato di me stesso ad un tratto mi ha distratto!
Makkèfacciodesso! Parlo come lui? Questo mai! Pecchì: modestamente pe idee ma fazzu sucare: come dice un mio caro amico spagnolo.
Ma riprendiamo a pensare. Ehh si ci risiamo… camminare! La stretta lingua asfaltata continua indenne il suo traegitto. Scusate ancora sento l’influsso di me!
…Riprendiamo! Il suo corso. Ecco. Così non mi sbaglio.
Possibile che tutto questo appartenga alla nostra sensazione di esistenza temporanea sulla palla che gira, altrimenti chiamata terra? Bahh!
So solo che mi serve al più presto una camicia di forza e 33 lucchetti.
Ah! Gli abitanti di Lucca!
Via! Sto punto parlando serio io.
Si mi servono 33 lucchetti per 33 chiavi, (che?), vattene maledetto self me service!
Stavo proinfilzando. Vabbè va, facciamola più semplice. Stavo raccontando ai miei illustri seguaci il mio dedalo di istanze mentis.
Si voglio 33 lucchetti così tra 33 secoli di anni di millenni centenari salperà da Messina il mio salvatore. All’anagrafe
porcodiuncanemaperchèsonovenutoinquestavalledilacrime?


